La Finestra: Michele, perché?

La Finestra è una rubrica che voglio lanciare. Sono e saranno considerazioni sulla società, sui fatti più importanti che la cronaca ci sbatte in faccia ogni giorno.

Sto leggendo molte cose sui social. Cose che a volte mi fanno vergognare di essere umano ma poi ci penso e dico che no, non sono io a dovermi vergognare, sono loro che hanno sbagliato qualcosa. Forse, in pochi, hanno capito cosa è davvero accaduto. Giudicare un suicidio non ha veramente alcun senso. Soprattutto è inutile. Però lasciatemi dire che è giusto parlarne, cercando di individuare le cose giuste e però non è detto che io le possa trovare.

La verità non esiste, la verità, su queste cose, è soggettiva. Tutti ci domandiamo perché Michele si è tolto la vita e nella sua lettera lo dice chiaramente lui stesso. Si è tolto la vita, come molti altri prima di lui, per la mancanza di lavoro. La differenza sta nell’età che Michele aveva. 30 anni. Anche lui dice che forse stiamo tutti pensando che son troppo pochi, i 30 anni, per giudicare se una vita è buona o cattiva ma il fatto che una vita è una vita, non c’è buona o cattiva. Una vita va vissuta, va vissuta sempre, cazzo. Io ho un tarlo che mi batte in testa ed è la voce di mio padre, che poche volte ha detto cose più intelligenti di questa, “è troppo facile togliersi la vita, il vero coraggio è affrontarla, viverla e prendere il meglio di quello che arriva”. La vita è un continuo incontro di boxe, l’unica cosa che sai è che prenderai un sacco di botte e cadrai, la forza vera è quella di rialzarsi e reagire. Michele non ha avuto questa forza. Perchè? Colpa della società, della politica, delle persone, del lavoro? Tutto vero, tutto molto vero ma poi penso che questa generazione, la nostra, la mia che c’ho 25 anni non ha forse le palle. E non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma penso che se il lavoro della tua vita non c’è, abbassi la testa e cerchi qualcos’altro, abbassi la testa lasci la tua terra e trovi fortuna da un’altra parte, fuori dall’Italia. Questa è una convinzione che avrò sempre perché poi penso ai miei nonni. Noi, in un modo o nell’altro, possiamo studiare andare all’università e fare i fighetti la sera con gli amici e invece loro iniziavano a lavorare a dieci anni. Generazioni diverse, appunto. Forse a noi mancano le palle. Forse ci manca amor proprio e senso di appartenenza. Forse non dovrei usare il noi.

Michele non trovava lavoro. Un lavoro che lui aveva scelto di fare. Non sto qui a giudicare se Michele era un soggetto depresso oppure no. Non sto qui a giudicare se fosse bravo o no nel suo lavoro. Non lo so e forse non mi interessa neanche. Il mondo va così, c’è chi vince e c’è chi perde ma questi ultimi, gli sconfitti, non possono, non devono lasciar cadere le speranze di cui tutti abbiamo bisogno per andare avanti. Michele non aveva più speranze. Le aveva perse per colpa di un circolo vizioso che tutti noi consociamo: la società attuale, la politica attuale, ha creato un indotto per cui trovare lavoro, il tuo lavoro, quello che ami fare, è diventato quasi impossibile e quando ci riesci quello che prendi è una carezza sul volto e due dita negli occhi perché il mondo del lavoro gioca sul fatto che il lavoro in questione, quello che ami fare, che sia il grafico, il giornalista o l’informatico freelance, sia la tua passione e quindi visto che sei uno di quei fortunati che fa il lavoro che ama allora perché devi anche guadagnarci, fallo gratis. Fallo gratis il cazzo. Fallo per poco, forse. Però, in qualche modo fallo.

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